Judo, dove si impara a cadere forte

Al prossimo TEDXTorinoSalon si parlerà di sconfitta: atleti professionisti, persone che hanno fatto della competizione il proprio mestiere, ne raccontano il lato oscuro. Ma non del judo, non questa volta. 

Game Over / Learn Over è il titolo dell’evento, perché c’è un valore nascosto in ogni sconfitta.

In attesa del Salon, proprio come veri atleti vogliamo fare un adeguato riscaldamento, preparando la performance con storie di fallimenti più o – come in questo caso – meno famosi.

Quella che segue è una storia vera di judo.

Da piccolo ero piuttosto gracile e mia madre pensò – giustamente – che fosse il caso di farmi fare un po’ di sport.

Ok, ma quale?

Erano gli anni ’90, Karate Kid andava ancora piuttosto forte alla tele e un sacco di miei compagni di scuola facevano judo in una palestra del centro di Torino (ok, allora la differenza tra judo e karate non mi era poi così nota).

Così un pomeriggio, sotto la spinta di quella di un mio compagno, la Madre mi portò al “dojo”, un seminterrato con un grosso specchio lungo tutta la parete e un tatami morbido a coprire il linoleum del pavimento.

Lì c’erano una quindicina di nani miei coetanei, tutti vestiti di bianco in quello che poco più tardi avrei chiamato “accappatoio”, suscitando immediatamente l’estremo l’orrore del Sensei.

Ricordo perfettamente che avevo addosso dei jeans e una camicia a quadri rossi e neri, tipo flanella, non proprio l’ideale. Ma senza esitare mi lanciai in mezzo agli altri nani, che in quel momento facevano l’esercizio chiamato farfalla, che consisteva pressappoco nello stare seduti con le piante dei piedi adese, facendo ondeggiare le ginocchia su e giù.

Ma l’aria in quel posto stava per cambiare, e non mi riferisco al fatto che ci fossero quindici paia di piedi nudi, fino a poco prima conservati in scarpe da ginnastica (solitamente Superga, perché erano appunto gli anni ’90).

La lezione del giorno, e quelle dei giorni successivi, consisteva infatti nell’imparare a cadere.

Ripetutamente, senza sosta, anche venti volte di fila prima dello stop.

Bisognava farlo ruotando rapidamente sulla schiena e battendo il braccio disteso sul tatami, così che il dojo-seminterrato risuonava come la festa di compleanno per i 60 di Chuck Norris (che notoriamente spegne le candeline a schiaffi).

E più cadevi, più cadere ti riusciva naturale, e più rialzarti ti riusciva rapido.

A oltre vent’anni di distanza dalla mia parentesi artistico-marziale (appesi infatti il kimono al chiodo quasi subito) mi accorgo del valore di quell’insegnamento.

Imparare a cadere, e più in generale imparare a sbagliare, a fallire, è una cosa che si dovrebbe insegnare alle persone fin da subito, fin da bambini.

“Sbagliare è ok, Gianbartolomeo, basta imparare dai propri errori”.

“È per questo che avete chiamato mio fratello Marco?”

“Sì”.

Per me è lampante l’importanza che un simile insegnamento potrebbe avere sulle persone.

Non saremmo probabilmente così ossessionati dal successo se non fossimo terrorizzati dal fallimento, e riusciremmo forse ad accettarci e impegnarci non per essere i migliori, ma per essere semplicemente migliori.

Eppure, da subito si insegna che sbagliare è sbagliato (sic.) e che ciò che conta è fare bene il compito, la gara, la partita.

Ma nessuno ti spiega come devi comportarti quando sbagli, come far fronte all’errore, come re-agire, nel senso di agire in risposta a qualcosa assumendosene la responsabilità.

Sbagliare è un passaggio inevitabile nel processo che porta all’apprendimento ma, paradossalmente, non è oggetto di insegnamento.

Eppure, ci sono due cose che ho imparato nella mia brevissima carriera da judoka:

una è che non bisogna mai invitare Chuck Norris alle feste di compleanno;

l’altra è che a sbagliare si impara, basta concedersene la possibilità.

Ferdinando De Blasio

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