Domotica low cost: case intelligenti alla portata di tutti

Quando si pensa alla domotica si pensa a un bene di lusso. L’idea di promuovere una forma di domotica “low cost” colpisce: abbiamo chiesto a Pasquale Longo, giovanissimo startupper italiano e speaker per TEDxTorino a Humans in Co, perché è importante che tutti possano accedervi. 

DOMOTICA: PRIVILEGIO DI POCHI O ALLA PORTATA DI TUTTI?

Quando si pensa alla domotica viene in mente un bene di lusso. La tua idea di una domotica alla portata di tutti è affascinante: ma se uno deve scegliere su cosa investire i propri risparmi, perché dovrebbe scegliere proprio la domotica? Perché è importante che tutti possano accedervi?

Tutto è nato da una mia esigenza particolare e personale: nel mio percorso mi sono accorto che questa esigenza in realtà era condivisa da tantissima gente.

È normale che, in una scala delle priorità, assuma diverse posizioni per ciascuno.

Fino a oggi, la domotica è stata sempre considerata una cosa da ricchi, perché effettivamente rendere domotica la propria casa era una spesa non indifferente, che io per primo non potevo assolutamente permettermi.

L’idea che c’è dietro PowaHome è proprio quella di riuscire a democratizzare la domotica: vogliamo rendere accessibile quella che noi in realtà chiamiamo smart home, la casa intelligente – perché domotica è una parola dal sapore già vecchio – a tutta quella fascia di persone che, finora, da una parte non potevano permettersela e dall’altra non avevano voglia di impegnarsi.

La domotica infatti è sempre stata impegnativa, una cosa per cui avrei dovuto ristrutturare la casa, passare due settimane di lavori con calcinacci e muri distrutti…

Invece il nostro punto di partenza è proprio il fatto che in casa oggi ho già due cose fondamentali: l’interruttore e il wifi.

Perché non cominciare a sfruttare queste, potenziandole un minimo, per avere la casa che sogno? Rientro a casa e si accendono automaticamente le luci; sono in vacanza e posso controllare le avvolgibili per farle alzare e abbassare per simulare la mia presenza…

È stato un processo partito da un bisogno banale ed è arrivato a uno molto più grande: quello di democratizzare appunto la domotica, renderla accessibile a tutti. 

Ciò che sta succedendo in questi anni è che i big player dell’elettronica (Google, Apple, Amazon) stanno tutti rispondendo al bisogno della gente di poter interagire con la propria casa, che è sempre stata vissuta solamente come un luogo, come contenitore.

È sempre mancata quella parte di interazione con la casa: la casa che ti accoglie quando ritorni, che conosce le tue esigenze e abitudini e vi si adatta.

Noi siamo proprio quel mattoncino che collega questo futuro, che è alle porte ma ancora non viviamo, con le case che invece viviamo da anni, che sono rimaste sempre le stesse e che con una pennellata andiamo a rinnovare.

IL FUTURO È GIÀ QUI (MA A VOLTE NON SAPPIAMO COME USARLO)

Se tu potessi avere la possibilità di avere una miglioria in casa, qualsiasi essa sia, per migliorare la tua vita, cosa sarebbe?

Dipende da quale futuro immaginiamo.

Sicuramente la prima esigenza da risolvere – ed è quello che facciamo – è proprio quella di riuscire a spegnere e accendere la luce in maniera automatica o comunque con interazione minima.

Per me è incredibile che siamo nel 2018 e dobbiamo ancora alzarci e trovare l’interruttore.

Si pensi anche a quando ci troviamo in un luogo che non conosciamo: arrivare, trovare la luce spenta e girare per minuti per capire solo come accenderla. Penso soprattutto ai luoghi pubblici.

Dovrebbe essere il luogo stesso a farti sentire benvenuto e interagire con te in questo modo. Da qui possiamo andare ovunque – avvolgibili elettriche, lavatrici intelligenti, aria condizionata o riscaldamento che si accende da solo quando sa che stai per rientrare a casa – ma questo è il punto di partenza.

Sono tutte cose che vedo in un prossimo futuro.

Ci stiamo avvicinando perfino al frigorifero che ordina da solo su Amazon o qualunque altro supermercato… Ma sono cose che percepiamo ancora come distanti, perché il vero punto di svolta è il fatto che noi siamo abituati a interagire con le cose in un certo modo, ed è per questo che anche con il progetto di PowaHome abbiamo conservato la possibilità di accendere e spegnere la luce con l’interruttore.

Serve ad avvicinare la persona a un mondo che conosce già, ad un’interazione familiare.

Le persone vanno accompagnate per mano verso le nuove tecnologie: se oggi mi portassero a casa un frigo intelligente non saprei nemmeno come usarlo e probabilmente lo utilizzerei come un frigo normale, continuando a fare la spesa da me.

Sono abitudini difficili da cambiare perché siamo pur sempre umani: dietro la tecnologia ci sono comunque persone abituate a pensare e agire in un certo modo, che hanno modi di interagire che non sono banali e ci vuole tempo per riconfigurare.

STARTUP E SOGNO AMERICANO: UN MITO DA SFATARE?

La tua azienda è una startup che ha seguito un programma di accelerazione e fatto un percorso. Se dovessi dare un consiglio a qualche giovane studente che ha in mente un’idea di business in Italia, quale sarebbe?

Anche io ero uno studente con mille idee.

Il mio non è stato tanto un percorso di startup, quanto un percorso di vita.

È stata un’evoluzione che è cominciata a vent’anni, quando pensavo ancora che costruendo il tuo computer nel garage sarebbe poi arrivata IBM a comprarlo e tu saresti diventato ricco, perché è questo il messaggio che trasmettono i media.

In realtà non è così: il mio percorso di maturazione è durato una decina d’anni.

Oggi ho quasi trent’anni e ho capito che per fare qualcosa di fatto bene c’è bisogno di concentrarsi su una cosa sola.

Ho sempre avuto mille idee, dicevo, che mi hanno sempre portato a distrarmi.

Poi ho deciso di concentrarmi su una sola, in questo caso la smart home, la domotica, e questo è stato il vero punto di partenza.

Solo dopo che hai capito cosa vuoi fare e su cosa vuoi concentrarti, allora giunge il momento di partire, credendo nella tua idea e cercando altre persone disposte a farlo. 

Penso che le persone siano la componente fondamentale di una startup, ma anche di un’azienda in generale.

Tanti si concentrano sulla tecnologia, sul brevetto, su aspetti tecnici… ma io sono profondamente convinto che la differenza la facciano le persone.

L’impegno che una persona mette in un progetto che sente suo è una cosa unica, che non si può ottenere neanche aumentando gli stipendi; è qualcosa che viene dal cuore.

Poi è ovvio che una volta che si è focalizzati su un’idea, c’è la volontà di portarla avanti e c’è il team di persone, si debba cominciare a guardarsi intorno e trovare l’opportunità migliore per far sì che quell’idea si sviluppi. Bisogna cercare investimenti, ma prima bisogna sapere come si andrà a spendere quei soldi.

È un prerequisito: se non so come li spenderò, non convincerò nessuno a darmene.

Anche con un progetto ben strutturato non è detto che te li diano, ma se manca il requisito fondamentale… sei spacciato.

Mi fanno sorridere le persone che dicono “qui in Italia è difficile, è diverso, se vai in America ti riempiono di soldi e hai subito successo”.

In base alla mia esperienza posso dire che per vivere in America – e mi riferisco soprattutto alla Silycon Valley, questo luogo magico dove tutto è possibile – le spese essenziali che una persona che deve sobbarcarsi, come vitto e alloggio, sono molto superiori a quelle che abbiamo in Italia.

100.000 euro investiti in una startup in Italia sono molto diversi da 100.000 investiti nella startup in Silycon Valley, con un rapporto di quasi 1 a 10, perché abbiamo spese completamente diverse.

Bisogna smettere di guardare a questi luoghi e farne giustificazione per non agire; la differenza la fa in minima parte il luogo: la fanno le persone, il progetto, la voglia di riuscire nel portarlo a termine.

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